5 errori da evitare quando si scrive una storia.
Questi consigli derivano da studi sulla narrativa, dunque stanno alla base delle storie che potrete scrivere direttamente o usare come base per un videogioco o un film. Per comodità userò il termine lettore, ma potrete benissimo immaginare al suo posto uno spettatore o un utente.
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Il deus ex machina.
In senso spregiativo si riferisce al personaggio che entra in scena quando la situazione è disperata. Il deus ex machina, d’incanto, risolve tutto. È un espediente narrativo di comodo, frutto soprattutto della pigrizia dell’autore che non vuole impegnarsi in soluzioni più originali. Il deus ex machina solitamente irrita il lettore, il quale avrà magari fatto le sue congetture su come si risolverà la storia, e vede invece tutte le sue aspettative vanificate da questo personaggio apparso dal nulla.
» Rimedio: ovviamente, la strategia migliore è quella di sforzarsi per cercare una soluzione plausibile con quello che si ha a disposizione. Se, tuttavia, ritenete necessario l’intervento di quel personaggio, fate in modo di “prepararlo”. Anche se pensate che la trama sia ormai bella e pronta, tornate indietro e stravolgete tutto: fate apparire questo personaggio in un primo momento, poi fatelo sparire, e finalmente fatelo riapparire nel finale. Oppure fate in modo che si parli di lui nel corso della storia, in modo che la sua presenza sia, almeno, giustificata.
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Il dialogo esplicito
Il dialogo esplicito è quello in cui i personaggi, anziché portare avanti la storia, raccontano se stessi. Un esempio di dialogo assolutamente da evitare è: “Sì, lo so. Sono una persona impulsiva, ma in certi casi so agire d’astuzia” “Non è colpa tua se sei impulsivo, hai trascorso tanti anni in guerra, ed è per questo che hai quella cicatrice” “Sì, è stato lì che ti ho conosciuta” e così via. Due persone normali non si direbbero a vicenda ciò che già sanno. Il compito è quello, troppo manifesto, di passare informazioni al lettore. In uno sketch dei Monty Python, colui che annuncia l’arrivo di Michelangelo al Papa dice “Colui che ha dipinto x, x, x, e poi ha lavorato al x, x, x”. A un certo punto il Papa lo interrompe e, riferendosi al pubblico, dice “Sì, sì, l’hanno capito”.
» Rimedio: la regola base della narrazione è show, don’t tell. L’ossatura della storia va sempre nascosta. Nel caso precedente, il fatto che il nostro eroe sia impulsivo deve emergere dalla sua reazione a qualche emergenza (o, se è davvero impulsivo, anche a casi molto banali e quotidiani); lo stesso valga per un personaggio timido o fifone. Nessuno dice di se stesso “sono un fifone”; emerge dal suo comportamento. Così come la cicatrice: basterà mostrarla. Nel caso di un romanzo, a un certo punto, potremo dire che lei lo baciò proprio accanto alla cicatrice. Poi potremo mostrare una foto di lui sotto le armi che ha conosciuto da poco la sua donna, e così via. Facciamo significare tutto ciò che l’eroe ha intorno: mobili, lettere, amici, fotografie.
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I personaggi parlano tutti allo stesso modo
L’autore alle prime armi tende a far parlare tutti i personaggi con la stessa voce: la sua. Ovviamente, non ci riferiamo ad altezza, timbro e intensità ma alle caratteristiche espressive del linguaggio. Siano i personaggi colti o incolti, contemporanei o storici, sia che stiano declamando ad alta voce o pensando fra sé e sé, alla fine parleranno un italiano colloquiale. Errore assolutamente da evitare.
» Rimedio: osservare, osservare, osservare. Prendete spunto dai vostri amici, mettete le loro parlate a confronto e noterete che hanno dei tratti distintivi. C’è chi utilizza sempre lo stesso intercalare, “allora”, “comunque”, ecc. Chi risponde riprendendo le ultime parole della frase precedente “Secondo me eri troppo stanco, per questo hai perso la partita” “Ho perso la partita perché non c’ero con la testa”. C’è chi si interrompe sistematicamente prima di concludere la frase. “Non ho mai pensato di poter superare l’esame così…”. Inoltre, considerate sempre le variabili come il livello d’istruzione e lo stato d’animo: anche al personaggio più loquace, in un momento di timidezza, possono mancare le parole più elementari. Così come è importante, quando c’è uno squilibrio sociale, mettere in scena il goffo tentativo di parlare un gergo che non è il proprio: ad esempio, don Abbondio improvvisa un improbabile latino (diverso da quello che usa sempre) per confondere Renzo. Resterà sempre celebre la frase pronunciata da Bud Spencer durante un incontro galante, prima del baciamano: “mi appecorono alla bellezza”.
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L’assenza di dettagli storici
A volte, leggendo delle storie, si ha l’impressione di vivere in un presente meno qualcosa, che solitamente è proprio quella che servirà a caratterizzare il racconto: se, ad esempio, il vasetto d’inchiostro avrà un ruolo funzionale nella storia, allora il passato sarà un presente senza le penne a sfera. Il lettore capisce che avevate poco tempo da investire in questa storia o, cosa più grave, che non vi ci eravate affezionati abbastanza. Inoltre, si possono creare anacronismi che farebbero scadere la storia: non solo, in passato, molte invenzioni e molti prodotti non erano disponibili, ma vi erano anche particolari norme sociali (ovviamente diverse da zona a zona) che impedivano a determinate categorie sociali di accedere ad alcuni luoghi o funzioni. Anche in questo caso, se creiamo un passato di donne emancipate e in carriera, e confidiamo nel fatto che qualcuno prenderà la nostra storia come realistica, allora siamo sul binario sbagliato.
» Rimedio: documentarsi, sempre e comunque. Se l’essenziale è invisibile agli occhi, vediamo di far apparire l’inessenziale. In Monkey Island la valuta non è la moneta, ma “il pezzo da otto”. Cosa sarebbe cambiato se Gilbert avesse messo semplicemente “monete”? Apparentemente nulla, ma togli qua e togli là, avremmo avuto un presente travestito da passato piratesco. Ma la cosa migliore è quella di trovare, negli elementi del passato, lo spunto per qualcosa di nuovo: ad esempio, al posto di usare la birra, Gilbert ha usato il grog, bevanda realmente molto gradita ai pirati. Ora, giocando sul fatto che pochi conoscono la vera natura del grog (nella versione base, semplicemente acqua e rum), Gilbert ha creato la gag: quando chiediamo quale sia la composizione del grog, i pirati dall’aspetto importante stileranno una lista di ingredienti poco credibili, tra cui, ad esempio, il “colorante rosso n.2” o “l’acido per batterie”. Se avete scoperto come si chiama lo sportello della carrozza o come si faceva, in passato, a smaltire i liquidi di scarico, provate a creare delle situazioni paradossali. Infine, quando inventate da zero un mondo fantasy, provate a dargli una storia. Come prima, perché chiamare le monete “monete” o “soldi” quando tutte le nostre valute hanno un nome che indica una storia? Lira, dollaro, dracma, hanno tutte il loro etimo. Così come il “salario” deriva dalla paga ai soldati delle legioni, che infatti consisteva in semplice sale: a quei tempi, era fondamentale adoperarlo per conservare i cibi. Insomma, dotate il futuro di un passato.
5
Lo stereotipo
Il narratore a volte deve comportarsi come un burattinaio che fa agire i suoi personaggi. Ogni personaggio avrà un ruolo all’interno della storia: l’informatore, l’amico, il voltagabbana, lo zio ricco, la serva civetta, ecc. Il rischio è di appiattire il personaggio sul suo ruolo. Anche se non sempre abbiamo a disposizione lo spazio per approfondire la psicologia di tutti i personaggi, creiamo delle schede per conto nostro in cui annotiamo il perché di determinati comportamenti, oppure come vestono o che caratteristiche fisiche hanno quei personaggi. Insomma, trasformiamo i personaggi in persone.
» Rimedio: come detto sopra, creiamo delle schede per ogni personaggio, anche se ovviamente poi parleremo soprattutto del protagonista, al momento della stesura. Inoltre, cerchiamo di rompere il meccanismo dello stereotipo: mettiamo un tatuaggio sotto la camicia dell’impeccabile uomo d’affari (tatuaggio che magari dovrà costantemente nascondere), o inventiamo un chitarrista metal con il pallino dell’ordine degli oggetti sulla scrivania. Oppure, ultima citazione su Monkey Island, facciamo degli spostamenti: Guybrush ha bisogno di una nave, e dove può comprarla se non da Stan? Negli Stati Uniti, Stan è la figura tipica del venditore d’auto che cerca sempre di fregarti con la sua parlata veloce e i gesti frenetici. Ecco, Gilbert prende questa maschera e la piazza in una improbabile rivendita di navi usate (ovviamente, alla fine, ci rifilerà il pacco); questo espediente, unito a quello che abbiamo detto al punto 4, forma una gag di sicuro effetto. Stan cercherà di venderci una serie di inutili accessori (come fa ogni venditore d’auto con gli optional): alcuni sono chiaramente anacronistici, altri rispondono a effettive esigenze delle navi dell’epoca, ad esempio, proteggere lo scafo dai cirripedi che vi si attaccavano e lo perforavano.
Ricapitolando.
5 errori da evitare: deus ex machina, dialoghi espliciti e uniformi, assenza di dettagli storici e presenza di stereotipi.
5 rimedi per sopperire: personaggi costruiti durante la storia, dialoghi calibrati e aderenti ai personaggi, documentazione storica maniacale e rottura costante degli stereotipi.
È tutto, gente. Buon lavoro!
--- Autore: happosai
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